lunedì 5 maggio 2014

Nippur di Lagash (Dritto al Punto)


Nippur l'incorruttibile, Nippur il viandante, Nippur che rifiutò il trono d'Egitto (se mai glielo avessero offerto) molti epiteti per un solo uomo che da più di quarantanni (prima apparizione D'artagnan - 1967) solca errabondo le vie del medio oriente e le fumetterie di tutto il globo fino a sbarcare, oggi, sui lidi delle edicole italiane con una nuova edizione economica edita da Aurea...




L'impresa più ardua nello scrivere recensioni è (senza dubbio) il riuscire a cogliere e trasportare con parole proprie ciò che rende speciale un opera: perché quando leggiamo un certo libro sfogliamo pagine come forsennati mentre con altri non andiamo al di là del primo capitolo? Perché vediamo e rivediamo un determinato film più e più volte mentre altre pellicole vorremmo bruciarle a fine proiezione? Cosa rende unica una storia e cosa ce la fa amare? 
Sicuramente stile, genere e ambientazione sono chiavi di volta che ci rendono più o meno facile il varcare la soglia del fantastico, tanto come la struttura narrativa, le costruzioni periodiche e la trasposizione delle immagini sono le architravi che tengono in piedi il cancello che separa il mondo materiale dal piano immateriale. Ora, proviamo per un secondo a scordarci le cose elencate poc'anzi, scordiamoci di tutte le strutture e gli schemi, scordiamoci pure verosimiglianza, coerenza narrativa, approfondimento psicologico dei personaggi e trama. Dico scordiamoceli perché Nipur è un fumetto dalle indubbie qualità tecniche che (a quasi cinquant'anni dalla prima pubblicazione) è inutile stare a rimarcare. Quindi colgo l'occasione per inaugurare una nuova rubrica, fatta di recensioni brevi e mirate che non si perdono in sproloqui conditi da paroloni e paroline che tanto somigliano ad una masturbazione infinita e pare che il recensore stia lì a menarsi il pappagurgio oggi volta che coglie una citazione, una sfumatura, una tecnica narrativa e un concetto, terminante con l'orgasmico voto finale (in casa mia i SupeRagni).
Le recensioni dettagliate con voto finale continuerò a scriverle, ma MAI sulla rubrica Dritto al Punto, ciò ovviamente non escluderà che alcune opere di Dritto al Punto vengano trattate in maniera più approfondita o viceversa, anzi, sarà sicuramente così.
Scusate le doverosa premesse, metto subito la parola fine a questo ignobile turpiloquio onanista e vado Dritto al Punto.

Il punto è che, la grandezza di Nippur sta nel presentare una storia totalmente priva di elementi magici e fantastici, benché le vicende narrate si svolgono in epoche e luoghi che siamo soliti conoscere attraverso miti e leggende, ed è proprio la minuziosa storicizzazione di usi, costumi e ambienti che trasmuta semplici eventi in momenti epici e memorabili. Così che, il ritrovamento di un oasi nel deserto suona come l'arrivo in terra santa, il combattimento contro guerrieri alti due metri rivaleggia con un invasione di Galactus e le belle donne acquistano il potere di schiavizzare gli uomini più deboli.
Il mito che si fa storia e la storia che (tramite l'arte) ritorna ad essere mito.
L'artificio di Robin Wood trova la sua magnificenza nella rappresentazione delle ignote (oscure/indefinite) leggende del tempo che fu rilette con gli occhi della verità. In Nippur le "pozioni magiche" sono droghe, i "centauri" uomini che vivono in sella ai cavalli e la voce degli dei viene dai sacerdoti che amplificano le proprie parole con subdoli trucchi di riverbero.


Nippur è maestro di spada nel senso più vero della parola (la spada con cui scindiamo le ombre dell'ignoranza che arrestano il progresso umano) ed è proprio grazie alla spada che Wood mette in gioco (e noi possiamo vedere e cogliere) i lati più profondi della natura umana che, nella maggior parte dei casi, è gretta, violenta e dominatrice, ma che è anche (come Nippur) generosa e capace di imprese sovrumane e disinteressate. Con la lettura di Nippur lo spirito si eleva oltre l'impossibile, perché ogni storia è talmente profonda e realistica che spinge inesorabilmente ad una attenta riflessione, il bianco e il nero si mischiano, cozzano come spada e scudo, tornano al loro posto a parti invertite solo per farci vedere la limitatezza delle percezioni umane (acor più dell'uomo occidentale) e sopratutto per spingerci a riflettere su temi come vita, morte, libertà e autodeterminazione con Nippur, grande maestro, che ci ricorda sempre come volontà e intelligenza (bastone e spada) siano armi pericolose o inutili senza un cuore buono che le sappia padroneggiare.

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